Viagiordanobruno17


Novembre 9, 2009, 4:39 pm
Archiviato in: Uncategorized


1989

Enzo, 9 novembre 2009

muro

Tranquilli, non vi tedierò con una celebrazione. C’è chi lo fa meglio di come lo farei io, c’è chi ha più competenze e pretigio per parlare di una data che ha canmbiato il mondo.

Nulla sarà come prima: già. Una frase abusata e anche un po’ retorica eppure rispecchiava la realtà. Nulla fu come prima, come noi –dove per noi sta per la generazione che ha vissuto una parte significativa della propria vita- non fummo più noi stessi. Noi comunisti dentro il PCI, noi che siamo arrivati a quell’appuntamento in ritardo, noi che pur avendo, da tempo, preso le distanze dal socialismo reale non avevamo preso le distanze, dentro noi stessi, dall’illusione dell’ideologica del comunismo e dall’illusione che potesse esistere un comunismo (dal volto umano?) realizzabile, diverso dalle aberrazioni dei regimi dell’Est e di tutti quelli che si richiamavano al comunismo.

Ecco, nell’ottantanove percepii questa contraddizione, percepii che il PCI con tutte le sue pecurialità (il riformismo, la difesa dei valori democratici ecc.) era in ritardo. In ritardo con la storia, in ritardo con i bisogni del paese. Eppure continuavo a stare lì: dentro a questo partito che dovette aspettare ancora tre anni (congresso del 1991) per fare un passo deciso ma insieme impacciato verso il superamento della tradizione comunista.

Sono passati venti anni e più volte mi sono interrogato sulla responsabilità di quel ritardo, che tanto ha nuociuto alla sinistra e al paese. Ma non voglio parlare delle responsabilità del gruppo dirigente o degli intellettuali, che sono grandi e ben visibili, voglio solo richiamare quella di quei tanti iscritti come me, che, da un lato, avvallarono le (non) scelte dei dirigenti e, dall’altro, non espressero la necessità di cambiamento, dell’andare oltre. Il mondo non era più uguale a se stesso e si stava aprendo una nuova storia e noi lì a macerarci per la paura di staccarci dal cordone ombelicale della cultura marxista, sempre e fino all’ultimo con la vana illusione che il “comunismo” potesse realizzarsi diversamente. Certo il gruppo dirigente usò opportuniscamente la “mitica base” per non assumersi le proprie responsabilità, ma questo non mi assolve, non ci assolve dalla nostra.

Sono passati venti anni e nulla è come prima, il mondo è profondamente cambiato, l’Italia vive un lento declino e la sinistra è in grave difficoltà. Servirebbe una sinistra moderna, capace di leggere le nuove contraddizioni, capace, anche, di esprimere una cultura politica adeguata alle nuove dinamiche sociali. Purtroppo non è così. Il necessario ricambio di cultura e di personale politico non è avvenuto.

In altre parole non c’è stata nessuna rivoluzione capace di produrre discontinuità.

Ciò potrà avvenire solo quando le navi della sinistra avranno abbandonato per sempre i porti di una cultura politica morta per sempre nel 1989; ma per fare questo è necessario che gli iscritti –la mitica base- cessi di legittimare dirigenti che non sono capaci di guardare al futuro e agli interessi del paese. Ciò che è accaduto nel congresso del PD, purtroppo, ci ha fatto vedere che siamo ancora fermi all’89, cioè alla mancanza di coraggio e alla difesa dell’esistente.



Novembre 6, 2009, 5:27 pm
Archiviato in: Uncategorized


Chi ci difenderà?


Manuela 6 novembre 2009

crociate09

Da troppo tempo non scrivo su questo blog; per via della campagna per Marino, ma anche perché quest’Italia – del PD, delle primarie, di Berlusconi, di Marrazzo… di cui ci sarebbe tanto da dire, in realtà mi lascia senza parole.

Della campagna per le primarie scriverò, prima o poi; diciamo che è stata un’ esperienza molto istruttiva. Ma tanto vale, poiché non ho detto niente fino ad ora, aspettare gli esiti dell’Assemblea Nazionale, e soprattutto l’intervento di Marino, il cui silenzio di queste due settimane mi è sembrato molto rumoroso.
Un silenzio anche imbarazzante, soprattutto sulla questione di cui tutti parlano: la sentenza della Corte Europea sull’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.

Dal PD sono arrivati diversi commenti: leggeteli qui. Si va dall’”innocua tradizione che non offende nessuno” di Bersani, all’incredibile “Mi auguro che nessuno in questi giorni rimuova il crocifisso dalle aule per metterlo nelle cantine” di Vannino Chiti (ma se il crocefisso è una tradizione, perché non può stare assieme al tradizionalissimo Lambrusco?), alle inutili sottigliezze giuridiche di Ceccanti, che se la prende con il governo perché non è stato abbastanza bravo a difendere il crocefisso (la prossima volta mandiamoci Torquemada!). Va per la maggiore, sostenuto da politici e fior di intellettuali il patchwork fantasia dei significati di cui si carica il crocefisso: dalla “laicità” (Cacciari), alla “speranza e resistenza all’ingustizia” (Travaglio), da “non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani, giustizia, primato dell’individuo sul gruppo, amore per il prossimo e perdono dei nemici” (governo italiano alla corte europea), a “un atto di amore” (Di Pietro… del quale è meritevole di citazione, per la reazionaria imbecillità, la frase conclusiva del suo post: “E’ il crocifisso o la droga a rovinare i nostri ragazzi?“…. gli ricordo che “…solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo spot e dall’azione cattolica…“).

Ci si finge smemorati, per non ricordare che, prima di tutto, il crocefisso è un simbolo religioso, come ha semplicemente ricordato la Corte Europea; e che, esponendolo nelle aule scolastiche, luogo pubblico per eccellenza, lo Stato si appropria di questa religione facendone “religione di Stato”.
Per questo in ballo c’è proprio la laicità dello Stato, e non serve il solito benaltrismo (ci sono sempre altri problemi, più importanti, più interessanti, di cui occuparsi) che tenta di allontanare da sé questa semplice evidenza: tanto più imbarazzante proprio perché troppo evidente.
Ed assieme a questa è in gioco il diritto di ogni singolo a veder rispettate le proprie convinzioni, anche se minoritarie rispetto alla cultura dominante. Ed è il fastidio verso questo diritto che traspare dalle argomentazioni contro la sentenza della Corte; perché tutti sono d’accordo a riempirsi la bocca di “laicità”, persino Bersani e Franceschini nelle loro mozioni, ma poi le cose cambiano quando in ballo c’è il solito rompiscatole che, invece di far finta di non vedere (come raccomanda l’avvocato del governo nel dibattimento alla Corte Europea: “in realtà… non è neppure richiesto loro – agli alunni cioè – di prestare alcuna attenzione al crocifisso”), pretende di vedere rispettato il diritto alle proprie convinzioni religiose e filosofiche.

Che partito è quello che non sa difendere questo diritto, che non si schiera, senza ambivalenze ed ambiguità, dalla parte della difesa del diritto dei singoli contro uno Stato che si definisce laico nella sua carta fondamentale ma è confessionale nella prassi quotidiana? Che partito è questo, se nemmeno chi si è candidato proprio in nome del rispetto della laicità e dei diritti di tutti e di ciascuno, non trova nemmeno un parola per difenderli? E, soprattutto, chi difenderà il diritto a non omologarsi alla confessione-tradizione dominante? Chi farà opposizione, non al governo, ma al bigottismo, all’ipocrisia, al conformismo imperanti?



Ottobre 28, 2009, 4:03 pm
Archiviato in: Uncategorized


Stiamo ai fatti.


Enzo, 28 ottobre 2009

primarie
E’ finita la tournée congressuale, dove ci siamo impegnati per la mozione Marino. Lo abbiamo fatto senza grandi aspettative. Ritenevamo il PD irriformabile, poi è arrivato Marino con la sua mozione che parlava di modernità prospettando una rigenerazione del PD in senso “liberlal”, quasi un’iniezione di cultura politica in stile anglossasone.

Lo statuto del partito disegna un partito diverso rispetto ai vecchi partiti solo per quanto riguarda il metodo di elezioni del segretario, appunto primarie aperte agli elettori. Per questo la novità di proposta della Mozione Marino e la possibilità degli elettori di intervenire in modo diretto sono stati i due elementi che ci hanno indotto a buttarci nell’impresa. E ora eccoci qui a valutare il risultato di quest’ardita operazione. Al momento non ci sono ancora i dati definitivi (sic!) ma il risultato è delineato. Vince Bersani e Marino si attesta attorno al 12%.

Nel 2007 il popolo delle primarie (tremilioni e mezzo di votanti) scelse con forza il progetto costituente del PD racchiuso e definito nel discorso di Veltroni al Lingotto che era sostenuto (apparentemente) anche dall’intero gruppo dirigente. Vale la pena ricordare solo alcuni elementi caratterizzanti del PD veltroniano: il PD come logica conclusione dell’esperienza dell’Ulivo, quindi un partito “aperto” che va oltre gli steccati delle vecchie culture politiche ;“aperto” e fatto di iscritti ed elettori. Il PD come partito della semplificazione del quadro politico e che punta al bipolarismo attraverso una legge elettorale maggioritaria e di conseguenza che fa delle primarie lo strumento su cui si deve basare la partecipazione del cittadino alla politica. In questo contesto il PD come un partito riformista e di governo che supera le logiche proporzionaliste, spartitorie a favore della chiarezza e della trasparenza: in altre parole una nuova politica per un nuovo sistema politico.

A ottobre 2009 il popolo delle primarie (forse tre milioni votanti) ci consegna un PD fatto d’iscritti, (Bersani è stato molto chiaro sulla necessità di tornare al potere di scelta da parte degli iscritti) con una chiara identità di organizzazione, un PD che, consapevole che non sarà mai maggioranza, punta in modo deciso alla ricerca di alleanze per arrivare al governo del paese; un PD che, dentro un sistema politico bipolare riconosce, comunque, l’articolazione politica presente nel nostro paese che una legge elettorale di tipo proporzionale può consentire al centro sinistra di trovare la forza per battere le destre. Certo, Bersani ha sostenuto che le primarie, pur in quadro di questo tipo, vanno mantenute per le candidature monocratiche che, però, dovranno essere di coalizione, ma non ha mai spiegato come conciliare le primarie con la necessità di dare rappresentanza anche agli altri partiti della coalizione.

Da ultimo il congresso ci consegna un PD che, da un lato, riprende il percorso dell’Ulivo e, dall’altro, un partito che si fa casa comune di tutti i riformismi: quello di tradizione socialista, quello dell’ecologismo verde, quello del cattolicesimo popolare.

Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, come nel gioco dell’oca, siamo tornati alla casella del 1998. quando il PDS, sotto la direzione di D’Alema (sempre lui!), si trasformò nei DS per portare a conclusione il processo della Cosa 2, cioè l’unione nei DS dei vari riformismi. Dunque un partito che torna all’origine, quasi che gli anni e la storia non fossero passati.
Il popolo delle primarie ha scelto in modo deciso. Le proposte di modernità di Marino sono riuscite a superare gli ostacoli statutari, ma il risultato non è sufficiente per guardare al futuro con ottimismo.

Il popolo delle primarie si è affidato a una leadership rassicurante, che ha fatto intravvedere la possibilità di rimettere in gioco prassi politiche e idee che un tempo lontano furuno vincenti. Nessun spazio per il “coraggio” dell’innovsazione, nessuna possibilità per un “nuovo” personale politico che non sia “sperimentabile perché già sperimentato”. Ecco, questo slogan vincente di Bersani dice quanto il paese sia scivolato sul piano inclinato del declino. Un paese che ha paura. Una base elettorale di un partito progressista che ha paura. Paura di vedere messi in discussione le certezze a cui siamo aggrappati. Modernità, merito, riforma del welfare, partito contendibile sono i punti forti della mozione Marino ma sono anche obiettivi che se realizzati costringerebbero quella stessa base a uscire dal recinto protettivo di una società bloccata.

Dunque quello stretto varco in cui abbiamo tentato di infilarci ha finito per strittolarci. Abbiamo raccolto un risicato 12% di consensi e ora il PD è profondamente diverso da quello che avevamo immaginato. Siamo tornati indietro. A nulla sono valse le battaglie fatte in questo decennio. A lungo si è discusso sul dualismo tra società civile e politica, sulla presunta arretratezza della politica rispetto ad una società civile più virtuosa: nulla di più sbagliato.

Prendiamo atto che la classe politica è lo specchio della società.



Ottobre 10, 2009, 4:58 pm
Archiviato in: Uncategorized

Mi vergogno!


Enzo 10 ottobre 2009


vespa
Mi vergogno come uomo per ciò che è successo a Porta a porta dove Berlusconi in collegamento telefonico ha insultato l’on. Rosy Byndi in quanto donna. Il peggio di ciò che una cultura maschilista può esprimere e che pensavo fosse ridotta a fatto marginale nella società italiana. Invece no. Non solo è accaduto che il Presidente del consiglio l’ha espressa e amplificata ( ma di lui sapevamo già il pensiero sul ruolo che le donne devono avere nel mondo) ma gli altri uomini presenti in trasmissione si sono ben guardati dal protestare, dall’invitare il Presidente a chiedere scusa all’on. Bindi. Sono stati tutti zitti. Il padrone di casa, il giornalista (notoriamente uomo di sinistra di estrazione “Il Manifesto” ), un ex Presidente della Camera, un ministro della Repubblica e un Sottosegretario.

Mi vergogno di quel silenzio. Mi vergogno come uomo, perché il silenzio dice che il peggio del genere maschile prevale, domina, spadroneggia e ci fa tornare indietro di decenni.

Mi vergogno, ma non ci sto e dico: uomini ribellatevi.



Ottobre 5, 2009, 4:27 pm
Archiviato in: Uncategorized


Berlusconi: dimettiti!

Enzo 5 ottobre 2009

Quello che non ha potuto dire il giudice nella causa penale in cui è stato condannato Cesare Previti per aver corrotto il giudice Meta, lo dice la sentenza nella causa civile CIR – Fininvest e cioè che Berlusconi è un corruttore. Nella sentenza di 150 pagine si ricostruisce il percorso che ha portato Berlusconi a sottrarre la Mondadori alla CIR di De Benedetti e si sentenzia definitivamente la verità. Berlusconi, infatti, era sfuggito al processo penale solo grazie alle leggi ad personam e i giudici non poterono entrare nel merito della posizione del cavaliere.

Siamo di fronte ad un altro sfregio alle nostre istituzioni. Abbiamo un presidente del consiglio che è definito da una sentenza di un tribunale come corruttore di giudici. Può un paese tollerare questo fatto senza conseguenze per la sua tenuta democratica e sociale? Ieri il parlamento ha approvato lo “scudo fiscale”, oggi la sentenza del tribunale civile e la coscienza cuivile dei cittadini? E la politica?

Nessuno ha il coraggio di chiedere le dimissioni del “corruttore”? Può una opposizione tacere senza rendersi ancor meno credibile?
Avranno motivi di tattica politica per non farlo ma non si accorgono del male che fanno al paese.

Noi lo chiediamo: Berlusconi dimettiti!

E se fossimo in tanti a urlarlo?



Settembre 28, 2009, 4:03 pm
Archiviato in: Uncategorized | Tag: ,

Feudatari

Alla fine di questa prima tornata congressuale, giocata tutta all’interno del partito, mi sembra ora di mettere un po’ d’ordine sulle impressioni che ne ho avuto, dopo molto tempo che non lo percorrevo con la costanza di queste settimane.
Diamo per scontate le premesse: che il partito non è tutto uguale, che in fondo è un caleidoscopio, e restituisce immagini diverse a seconda di come lo si scuote, se si sia in città o in campagna, che si parli in tanti o in pochi, che la situazione sia più o meno formale, e così via. Adesso parlo di quello che ho visto, nelle campagne fra la città e il mare.

principesalinaLa prima impressione, ovvia, è che si tratta di un partito vecchio: gli iscritti raccolti attorno ai circoli sono per lo più ultrasessantenni, con qualche spruzzata di quarantenni e qualche ragazzo della “giovanile”. E’ un partito che dice di Bonaccini “è un ragazzo di 40 anni”, per capirci.
Non c’è da stupirsi se aderiscono alle suggestioni di Bersani, e non solo per automatica adesione al dirigente più riconoscibile e conosciuto, in questa terra di comunisti solo qualche volta ex. Ma proprio per la verità tanto bene svelata dall’ultraottantenne di Cervia, il quale continuava a complimentarsi con “è senatòr” perché diceva proprio quel che voleva sentire, e parlava di un partito “com cu’j era una vòlta”, dove si fanno e si dicono le cose che si facevano e dicevano una volta, così da essere perfettamente adeguato a chi ha un lunghissimo passato e un altrettanto breve futuro. Non so quanto sia adeguato ai rari giovani che spiccano fra la canizie altrui, ma questo non ha molta importanza, perché di solito questi sono cloni dei vecchi dirigenti-padrini, che li allevano a propria immagine e somiglianza. Sono giovani di età, ma non servono a nulla, perché tradiscono la funzione fondamentale dei giovani, che è quella di contendere il potere ai vecchi, attraverso un sano conflitto generazionale.
(Parentesi: lo rammento anche ai giovani della mozione Marino, che sono tanti, di coltivare il conflitto, che è figlio della creatività e culla dell’innovazione, perché solo attraverso questo si cresce e si diventa adulti, anche in politica: altrimenti si resta, anche in politica, irrimediabili bamboccioni, come Cuperlo, che ne rappresenta l’archetipo. Chiusa parentesi).
Ma se fosse solo una questione di vecchiezza, non sarebbe poi tanto grave. Ma ho percorso luoghi dove si percepisce qualcosa di più greve che, né lo scontato conservatorismo che segue quasi sempre l’età, né il quaraquaqua dei giovani galletti di batteria, riescono ad esaurire.
Si percepisce, qua e là una specie di cappa che un potere esercitato da troppi anni stende sopra il partito – e forse anche sopra la vita civile.
senatoreromanoEntrando nella sala della riunione, al congresso di un circolo di una sessantina di iscritti, il dirigente locale che ha fatto carriera fino ai vertici della Regione, prima di sedersi gira fra i presenti, stringendo a tutti la mano, chiama qualcuno per nome, e arriva fino a me, che sono imbarazzata da un gesto che mi sembra più di sudditanza che di familiarità: perché quella mano porta alla stretta assomiglia fin troppo ad una mano porta per ricevere omaggi, e il dirigente mi ricorda troppo il Principe di Salina sceso dalla città a visitare il suo feudo.
Altrove, il senatore, sceso anch’esso da Roma al suo circolo di una trentina di iscritti, comizia con voce tonante del tutto sproporzionata ad una nuda saletta, e dimostra con chiari segni di non amare il contraddittorio. I presenti, prima dell’inizio e dopo la fine di un congresso che dimostrano chiaramente di considerare una antipatica formalità, a cui sono costretti da qualche esaltato che pretende di sfidare il vincitore designato, gli si affollano intorno, come clientes degli antichi senatori. Ad alcuni basta esser riconosciuti e chiamati per nome; altri, come il giovane rampante che gli scondinzola attorno, avranno qualcosa da chiedere in cambio della loro fedeltà.
E dietro a tutto questo, in trasparenza si intuisce un intreccio di favori e prebende, nomine e cooptazioni, che lega la politica all’economia, alla sanità, alla pubblica amministrazione, crando un sistema di potere difficile da descrivere quanto da sbrogliare. Un sistema di feudi, feudatari, vassalli, valvassori e valvassini, che esclude tutto ciò che non ne fa parte o che gli si oppone.
E più lontano ancora, traspaiono le notizie sul congresso che arrivano dalla Campania e dalla Calabria; notizie su cui tutti abbiamo messo la sordina – per amor di partito, abbiamo detto, ma non sono certa che questo sia un bene, né che sia giusto.
Faccio e rifaccio tutte le differenze del caso; ma non riesco ad allontanare l’impressione di assistere ad un tumore che silenziosamente aggredisce cellule sane, e ad un corpo che ignora i primi, trascurabili, sintomi: così che, quando te ne accorgi, è troppo tardi.



Settembre 24, 2009, 3:04 pm
Archiviato in: Uncategorized


Gli anarchici van via.

Enzo 24 settembre 2009

AddioLuganoBella

Ieri sera ho conquistato un voto alla mozione Marino! Congresso alla W.Suzzi. Entrato nella sede ho capito subito cosa mi avrebbe aspettato e, infatti, quando abbiamo iniziato, io, rispetto alla platea, ero un giovane!! Ho riconosciuto subito quei volti.

Erano i volti dei militanti che hanno sempre creduto nel primato del gruppo dirigente. Quelli che sono sconcertati perchè non capiscono la necessità di contarsi per scegliere il segretario. Quelli che il “partito” si difende sempre. Ho provato affetto per quei “compagni” perchè ci ho visto una storia di cui sono stato parte.

Non ho rinunciato a cercare di invitarli ad una riflessione critica e a scegliere per il futuro dei loro “nipoti”, ma sapevo benissimo che era inutile. Anzi mi dispiaceva un po’ insinuargli dei dubbi. Hanno poco tempo e in più sono constretti ad una scelta che li mette davanti ad uno specchio in cui guardarsi. Specchio dove vedono solo una strada che si perde nel buio, allora non gli rimane che restare attaccati a ciò che ancora rimane di certo e riconoscibile: ecco giusto Bersani. Un uomo della nostra terra. Un uomo che gli dice torniamo indietro, a ciò che ci era caro e che conosciamo. L’attenzione te la prestano, ti ascoltano e ti applaudono anche, ma poi bravo Bersani. Ci fai sentire, ancora per un po’, dentro al nostro mondo.

Alla fine ce ne andiamo.

Addio compagni, addio montagne ticinesi gli anarchici van via.

Ecco, mi sono sentito come gli anarchici della canzone.

Fuori c’è il mondo, quello vero, che aspetta un PD che non arriva mai perchè non può arrivare. Che imbroglia se stesso costruendo un consenso tra chi non ha più nulla da dare perchè pensa solo a quella strada buia.

Fuori c’è il mondo dove non ci sono consensi bulgari, dove però ci sono tante lunghe strade da percorrere. Andiamoci noi per quelle strade.

Andiamoci con le idee nuove che abbiamo portato non inutilmente dentro alle casematte di un partito che è morto prima di nascere. La battaglia ci ha dimostrato che abbiamo le ragioni, le idee, le proposte degne di una sfida con il mondo e lì la partita si può vincere. Si può vincere perchè i Bersani, i Franceschini vinceranno il congresso, ma perderanno sicuramento nel mondo reale.



Settembre 19, 2009, 5:09 pm
Archiviato in: Uncategorized

dal Blog di Anellidifumo un post che condivido parola per parola.
Un Blog sicuramente da seguire a questo link


Afghanistan: un governo di pusillanimi per una nazione di boccaloni

Ogni settimana muoiono diversi soldati canadesi, inglesi e americani in Afghanistan. Nelle rispettive nazioni c’è dolore, fierezza, compostezza e solidarietà per le famiglie dei morti ammazzati. Ma non si bloccano le manifestazioni politiche, gli scioperi o altri eventi non festivi. A dire il vero, non si bloccano neppure gli eventi sportivi. Queste società sono forse più ciniche, meno umane? No. Secondo me sono semplicemente conscie di essere in MISSIONE DI GUERRA. Perché tale è stata chiamata dai partiti politici che l’hanno votata nei rispettivi Parlamenti. Ecco la prima differenza con l’Italia: PDL, Lega, UDC e PD chiamano la missione in Afghanistan “missione di pace”, perché così ha un appeal migliore e soprattutto perché così si può aggirare l’art 11 della Costituzione italiana.

Io sono un uomo di Sinistra che odia gli stereotipi. Secondo me l’art 11 della nostra Costituzione ha un bel valore ideale (chi non vorrebbe eliminare la guerra dalla faccia della Terra?) eppure sappiamo tutti che oltre un certo punto, solo la violenza può difendere dalla violenza altrui. Questo vale quando difendi te stesso dalle bombe carta dei naziskin fuori dal Coming Out, così come nei rapporti tra le nazioni. Per cui per me l’art. 11 è da riformare in modo intelligente, aprendo la possibilità per il nostro esercito di partecipare a missioni di guerra sotto bandiera ONU, per fare un esempio.

A ogni modo, nelle missioni di guerra, si mandano i SOLDATI. I quali, non sono stupidi. E sanno che da una missione di guerra si può tornare essenzialmente in tre modi: sulle proprie gambe, su una sedia a rotelle o in una bara. Se un soldato muore ammazzato in una missione di guerra non è necessariamente un eroe: è un soldato che ha fatto il suo dovere, merita tutto il rispetto e la fierezza che si deve verso un soldato della propria patria morto in una guerra sotto bandiera ONU. E magari, al soldato morto in guerra gli puoi e devi organizzare un bel funerale di Stato: a lui sì, perché è morto per lo Stato o per l’ONU, che è il consesso degli Stati. Al principale presentatore di quiz televisivi che muore di vecchiaia, invece, i funerali di Stato NON VANNO concessi, se non altro per non imbastardire il concetto di onore e di fierezza verso chi è morto per la propria collettività, se non vi garbano le parole Stato, patria, bandiera eccetera.

La cosa che odio di più sono quei politici che hanno votato in favore di una missione di guerra ONU (per inciso: che considero anche io una missione giusta e utile, dal momento che è la risposta all’attacco dell’11/9 contro Al-Quaeda: molto diversa dalla ridicola e vergognosa guerra preventiva contro l’Iraq di Saddam Hussein, che non a caso non aveva bandiere ONU sopra), l’hanno chiamata “missione di pace” e oggi, ma solo oggi che sono morti addirittura 6 soldati italiani (per un incredibile totale di 21 in 6 anni!) dicono che occorre una “exit strategy”. Oh, ma scherziamo?? E’ una GUERRA, dura da 6 anni, abbiamo avuto il culo di veder morire “SOLO” 21 soldati, non i 210 del Regno Unito, per dire, non i 449.000 del Regno Unito contro Hitler dopo 6 anni, e ci vogliamo ritirare? Ma allora non crediamo che sia una missione giusta e utile! Siamo lì solo per scena? Oppure quando diciamo che è una “missione di pace internazionale” ci crediamo davvero, e quando qualche soldato torna morto, la cosa procura sopresa?

A me non piaccciono gli ipocriti, i politici pusillanimi della Lega che OGGI invocano l’exit strategy, e nemmeno quei giornalisti che ti organizzano una manifestazione per difendere la libertà di stampa e che poi, perché son morti 6 soldati in guerra, la cancellano. Se la libertà di stampa è in pericolo, occorre manifestare sempre e comunque. Se non è in pericolo, la possiamo rimandare a quando vi pare, a prescindere dal motivo: tanto si stava solo scherzando.



Settembre 12, 2009, 1:43 pm
Archiviato in: Uncategorized


Ci fanno o ci sono?

Enzo 12 settembre 2009


maltese

Sempre più spesso mi capita di leggere commentatori politici, diciamo di appartenenza di area di sinistra affermare, affermare che il congresso del PD non sta dicendo nulla di significativo. Nulla, cioè, che faccia pensare che dal congresso possa uscire un PD capace di avere una proposta politica credibile per il governo del paese e, quindi, rientrare in gioco. L’ultimo in ordine di tempo è Curzio Maltese che sul venerdì di Repubblica di ieri parla delle “immense praterie che il PD non sa vedere”. La metafora per affermare che un partito di sinistra dovrebbe avere una “ricetta che riduca le ingiustizie sociali”, per esempio il divario tra le retribuzioni dei dirigenti d’azienda e quello degli operai (aumentato in venti anni di dieci volte ) o l’assenza di un piano di edilizia sociale: questioni mai affrontate seriamente dalla sinistra di governo. Lo scontento dei centi popolari non è, quindi, visto come una grande prateria da percorrere con scelte “radicali”. Scrive Maltese che nessuno dei tre candidati lo fa, salvo Marino per il tema della laicità. Insomma Maltese chiama i tre candidati al “corraggio” di scelte radicali e forti che affrontino i temi sentiti dai ceti popolari.
Rimango stupito a questa lettura. Stupito perché basta aver letto le mozioni per scoprire che le cose non stanno come dice Maltese. Non stanno così perché la Mozione fa esattamente quello che lui dice, cioè mette in campo una nuova cultura politica e proposte nette e chiare.

Edilizia pubblica scrive Maltese: ecco come affronta il tema la mozione.
La casa prima di tutto
Rifondare la politica abitativa: riforma del mercato degli affitti, piano per l’edilizia sociale e rilancio di un programma di rigenerazione urbana delle periferie.
Modificare la L. 431/98, introducendo canoni di affitto accessibili, con adeguati incentivi fiscali, e promuovendo agenzie immobiliari sociali pubbliche.
Rilanciare l’edilizia sociale con un nuovo piano per l’edilizia pubblica ispirato a criteri federalisti, per rispondere ai diversi bisogni espressi da città metropolitane, piccoli e grandi municipi.

Un altro tema concreto e di attualità è il lavoro la mozione afferma:

Restituire dignità e valore al lavoro, valorizzando meriti e talenti e realizzando politiche di piena e buona occupazione, che superino le differenze tra nord e sud e di genere.
Dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese, fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.
Affermare il principio della flexsecurity: salario minimo, garanzie di reddito per chi perde il lavoro.
Istituire un contratto individuale di lavoro unico, a tempo indeterminato (salvo specifiche eccezioni, legate per esempio alla stagionalità di taluni mestieri), con salario minimo garantito e garanzie di reddito a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro.
Riorganizzare il welfare: innalzamento dell’età pensionabile, revisione dei meccanismi di selezione delle agenzie di formazione e reinserimento, eliminazione degli sprechi.
Trasformare la formazione continua – la cui erogazione va incentivata e supportata attraverso specifiche agevolazioni – in vero e proprio diritto della persona e del lavoratore.
Destinare il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea ad interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne verso la parità con gli uomini nel lavoro: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sharing. Introdurre il congedo dopo parto diviso obbligatoriamente alla pari tra il padre e la madre. Congedi parentali per i nonni.
Costruire un mondo del lavoro più aperto e meno corporativo, agevolare l’accesso alle professioni, migliorando la competitività e la trasparenza delle tariffe, riformando il funzionamento degli ordini professionali.

Casa e lavoro: proposte chiare, precise e concrete attese da molto tempo da questo paese. Questi sono solo due esempi ma tutta la mozione di Marino è impostata per dare finalmente, con chiarezza, al PD una nuova identità di sinistra. Appunto, partito di sinistra che sceglie, che sa dire “si si no no” che si schiera dalla parte dei più deboli in nome dei valori che appartengono alla storia del “progressismo” di sinistra. L’immagine di Marino che parla solo di laicità è dunque falsa e viene da pensare male quando intelettuali come Maltese sostengono tesi così vistosamente sfasate rispetto ai fatti.

La domanda più ovvia è: ma ha letto le mozioni congrssuali? Dal come scrive pare proprio di no, ma allora le ipotesi sono due:
o è ignorante –e sarebbe grave- o è in malafede. Lascio ad ognuno quale ipotesi sacegliere. Rimane il fatto che l’”intellighentija” di sinistra che vede solo Franceschini e Bersani si schiera, di fatto, per la conservazione.



Settembre 10, 2009, 5:21 pm
Archiviato in: Uncategorized

L’ultimo treno…

ultimotreno

Manuela 10 settembre 2009

L’occasione che si è presentata – ammettiamolo, piuttosto inaspettata – agli iscritti al PD e a quegli elettori, progressisti e di sinistra, che con sempre maggiore fatica trovavano nel PD un punto certo di riferimento; questa occasione, dicevo, non può proprio essere lasciata cadere.
Ce l’ha offerta, con la semplicità che lo contraddistingue, il prof. Ignazio Marino. Uno che, diciamocelo, poteva accontentarsi di essere un riconosciuto luminare nel suo campo, e uno stimato senatore, e di essere ricevuto con tutti gli onori nei palazzi della scienza e della politica. Questo signore, semplicemente, ha deciso di mettersi in gioco, perché questo PD – un grande, entusiasmante progetto, come sempre ripete – è opera sbilenca ed incompiuta. Lo sappiamo bene che, come lui, tanti di noi si sono sentiti scomodi in un partito che ha smarrito le coordinate di riferimento, che sbanda fra opposte posizioni, che è ostaggio di questa o quella corrente, e che non ha saputo prendere, nei suoi due anni di vita, una rotta certa e decisioni chiare.
E questa inaspettata occasione, da indistinta speranza si è trasformata in concreta possibilità, a mano a mano che l’abbiamo sentito parlare, e snocciolare con inusitata coerenza e un linguaggio sempre semplice, mai banale, le cose che da anni avremmo voluto sentirci dire; quelle cose che, in fondo, sapevamo già, e che forse avevamo dimenticato.
Che siamo di sinistra, per esempio. Che le nostre radici affondano nella Resistenza, nella lotta per la democrazia e la libertà: che democrazia e libertà sono i paletti entro i quali costruire il nostro progetto politico. Che siamo un partito che vuole cambiare la società, non adattarvicisi; e che, per cambiarla, deve vivere e crescere nella società e rivolgersi agli elettori proponendo loro il proprio progetto politico e di governo. Che questo progetto deve essere, come Marino, semplice e complesso, coerente e trasparente.
Che sollievo ritrovare il piacere delle scelte, sentir dire dei “si” – si ai diritti, si all’economia verde, si al contratto unico per tutti – e dei “no” – no al nucleare, no alle discriminazioni, no alla lottizzazione della Rai. Mentre Marino parla, sentiamo che ha in mente un paese che forse è proprio quello che avevamo in mente noi, anche se non lo sapevamo dire: un paese aperto, accogliente, includente, rispettoso della libertà di tutti e di ciascuno. Un paese, come dice Marino, con espressione efficacissima, “curato”: del quale ciascuno di noi, individualmente e collettivamente si prenda cura.
E mentre lo dice, sappiamo che per quel paese – prima ancora che per Marino, prima ancora che per il PD – vale la pena di battersi. E, mentre lo dice, sentiamo che possiamo credergli, perché Marino, uomo di grandi e complesse esperienze, scienziato prestato alla politica, non è corresponsabile dei guasti prodotti da una classe dirigente ormai troppo frusta e screditata. Può usare parole come “merito”, “responsabilità”, “valutazione dei risultati”, senza produrre risatine, come accade ai quei dirigenti che le ripetono, praticando il contrario, fin dal secolo scorso.
Sono lontanissime, mentre lo si ascolta prefigurare il futuro, le discussioni sulle diverse anime del PD; ed è un orizzonte striminzito quello di chi si limita a pensare a traballanti architetture di alleanze studiate a tavolino (non nel corpo vivo della società) per una ipotetica, provvisoria, fragilissima, futura vittoria elettorale. Piccolo e pavido è il partito che ci viene raccontato da altri, tutto rinchiuso dentro se stesso, che, esausto dal mettere d’accordo tutte le “diverse anime”, perde a mano a mano i contatti con la società, la quale reclama una vera opposizione e un vero progetto alternativo di governo.
Forse questa occasione sarà l’ultima, per cambiare davvero il PD e, con questo, cambiare davvero l’Italia. E’ responsabilità di ciascuno di noi, e di tutti assieme, non perderla.
Il giorno dopo le primarie (26 ottobre, per chi non lo sapesse) potremmo avere una nuova classe dirigente per un partito rinnovato, che si propone di cambiare l’Italia costruendo una vera alternativa di governo; oppure il solito vecchio partito, che ricomincerà a dannarsi per mettere d’accordo la Serracchiani e la Binetti e che si siederà nelle solite fumose segreterie a contrattare qualche posto con Casini e Cuffaro.
La scelta dovrebbe essere molto semplice.