Viagiordanobruno17


ottobre 28, 2009, 4:03 pm
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Stiamo ai fatti.


Enzo, 28 ottobre 2009

primarie
E’ finita la tournée congressuale, dove ci siamo impegnati per la mozione Marino. Lo abbiamo fatto senza grandi aspettative. Ritenevamo il PD irriformabile, poi è arrivato Marino con la sua mozione che parlava di modernità prospettando una rigenerazione del PD in senso “liberlal”, quasi un’iniezione di cultura politica in stile anglossasone.

Lo statuto del partito disegna un partito diverso rispetto ai vecchi partiti solo per quanto riguarda il metodo di elezioni del segretario, appunto primarie aperte agli elettori. Per questo la novità di proposta della Mozione Marino e la possibilità degli elettori di intervenire in modo diretto sono stati i due elementi che ci hanno indotto a buttarci nell’impresa. E ora eccoci qui a valutare il risultato di quest’ardita operazione. Al momento non ci sono ancora i dati definitivi (sic!) ma il risultato è delineato. Vince Bersani e Marino si attesta attorno al 12%.

Nel 2007 il popolo delle primarie (tremilioni e mezzo di votanti) scelse con forza il progetto costituente del PD racchiuso e definito nel discorso di Veltroni al Lingotto che era sostenuto (apparentemente) anche dall’intero gruppo dirigente. Vale la pena ricordare solo alcuni elementi caratterizzanti del PD veltroniano: il PD come logica conclusione dell’esperienza dell’Ulivo, quindi un partito “aperto” che va oltre gli steccati delle vecchie culture politiche ;“aperto” e fatto di iscritti ed elettori. Il PD come partito della semplificazione del quadro politico e che punta al bipolarismo attraverso una legge elettorale maggioritaria e di conseguenza che fa delle primarie lo strumento su cui si deve basare la partecipazione del cittadino alla politica. In questo contesto il PD come un partito riformista e di governo che supera le logiche proporzionaliste, spartitorie a favore della chiarezza e della trasparenza: in altre parole una nuova politica per un nuovo sistema politico.

A ottobre 2009 il popolo delle primarie (forse tre milioni votanti) ci consegna un PD fatto d’iscritti, (Bersani è stato molto chiaro sulla necessità di tornare al potere di scelta da parte degli iscritti) con una chiara identità di organizzazione, un PD che, consapevole che non sarà mai maggioranza, punta in modo deciso alla ricerca di alleanze per arrivare al governo del paese; un PD che, dentro un sistema politico bipolare riconosce, comunque, l’articolazione politica presente nel nostro paese che una legge elettorale di tipo proporzionale può consentire al centro sinistra di trovare la forza per battere le destre. Certo, Bersani ha sostenuto che le primarie, pur in quadro di questo tipo, vanno mantenute per le candidature monocratiche che, però, dovranno essere di coalizione, ma non ha mai spiegato come conciliare le primarie con la necessità di dare rappresentanza anche agli altri partiti della coalizione.

Da ultimo il congresso ci consegna un PD che, da un lato, riprende il percorso dell’Ulivo e, dall’altro, un partito che si fa casa comune di tutti i riformismi: quello di tradizione socialista, quello dell’ecologismo verde, quello del cattolicesimo popolare.

Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, come nel gioco dell’oca, siamo tornati alla casella del 1998. quando il PDS, sotto la direzione di D’Alema (sempre lui!), si trasformò nei DS per portare a conclusione il processo della Cosa 2, cioè l’unione nei DS dei vari riformismi. Dunque un partito che torna all’origine, quasi che gli anni e la storia non fossero passati.
Il popolo delle primarie ha scelto in modo deciso. Le proposte di modernità di Marino sono riuscite a superare gli ostacoli statutari, ma il risultato non è sufficiente per guardare al futuro con ottimismo.

Il popolo delle primarie si è affidato a una leadership rassicurante, che ha fatto intravvedere la possibilità di rimettere in gioco prassi politiche e idee che un tempo lontano furuno vincenti. Nessun spazio per il “coraggio” dell’innovsazione, nessuna possibilità per un “nuovo” personale politico che non sia “sperimentabile perché già sperimentato”. Ecco, questo slogan vincente di Bersani dice quanto il paese sia scivolato sul piano inclinato del declino. Un paese che ha paura. Una base elettorale di un partito progressista che ha paura. Paura di vedere messi in discussione le certezze a cui siamo aggrappati. Modernità, merito, riforma del welfare, partito contendibile sono i punti forti della mozione Marino ma sono anche obiettivi che se realizzati costringerebbero quella stessa base a uscire dal recinto protettivo di una società bloccata.

Dunque quello stretto varco in cui abbiamo tentato di infilarci ha finito per strittolarci. Abbiamo raccolto un risicato 12% di consensi e ora il PD è profondamente diverso da quello che avevamo immaginato. Siamo tornati indietro. A nulla sono valse le battaglie fatte in questo decennio. A lungo si è discusso sul dualismo tra società civile e politica, sulla presunta arretratezza della politica rispetto ad una società civile più virtuosa: nulla di più sbagliato.

Prendiamo atto che la classe politica è lo specchio della società.


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siamo fatti!

Commento di Luigi




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