Viagiordanobruno17


febbraio 8, 2010, 6:06 pm
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Correnti/non correnti e le primarie inutili del PD

Manuela 8 febbraio 2010

L’occasione è la nota che mi manda Luigi Ruggeri, a firma Massimo Marnetto, a margine del convegno della “corrente-non corrente” di Marino ad Orvieto.
Anch’io ho ascoltato in diretta da Orvieto l’introduzione di Marino. Come al solito, l’ho trovata intelligente, credibile, di ampio respiro. Marino è proprio l’uomo che ci vorrebbe, per cambiare il PD e l’Italia, mi viene spontaneo pensare ogni volta che lo sento parlare. La stessa cosa che ho pensato leggendo, con crescente coinvolgimento, la sua mozione.
Poi però, si tratta di decidere cosa fare. E fin dal tempo delle primarie, ci si avvita nella discussione “corrente/non- corrente”, piuttosto che “area”, o “associazione” o non so cos’altro ancora, per “portare avanti i nostri temi nel partito” (parole testuali che ho sentito ripetere migliaia di volte dai marinisti ad ogni livello).
Il fatto è che Marino mostra, nei contenuti, proprio quella cultura liberal/democratica che molti come me ritengono necessarissima al nostro paese. Marino è anche un sostenitore delle primarie. Come molti di noi, entusiasti delle primarie fin dalla prima ora (ti ricordi Marnetto?).
Pur pensando che le primarie fossero connaturate ad un sistema elettorale maggioritario (sistema che, invece che perfezionato, è stato prontamente affossato), ci siamo adattati ad utilizzarle per la scelta del segretario del partito.
Ok, ma questo tipo di elezione diretta, per chiamarla col suo nome, dovrebbe comunque comportare alcune conseguenze, di tipo, per dir così, “maggioritario”. La prima è che chi vince dovrebbe avere l’onere di governare, con tutto ciò che ne consegue: dal mettere nei posti chiave persone di propria fiducia, al rendere conto della propria gestione. Secondo quel concetto di accountability, che Scalfarotto mi ha fatto capire tanto bene. Di conseguenza, chi perde dovrebbe essere capace di comportarsi da minoranza, cercando di organizzarsi per conquistare i consensi che le serviranno, al termine del mandato, per tentare di diventare maggioranza.
Nel PD le primarie, invece, non servono per eleggere una maggioranza governante e una minoranza che si candida ad essere alternativa: servono per contarsi, e pesare la consistenza dei gruppi che sostengono i vari candidati, in una logica del tutto proporzionalistica. Così che il partito non verrà governato da chi ha vinto, ma da organismi proporzionalmente costruiti in base alle percentuali ricevute da ciascuna… e come chiamarla allora, se non “corrente”? E’ quell’esiziale concetto di “gestione plurale”, che rendendo indistinguibili le responsabilità, impedisce poi di sanzionarle, se e quando è il caso.
Proporzionalismo che speravo fosse estraneo alla cultura politica di Marino, che per altri aspetti è “anglosassone”. E che invece Marino rivendica, anche ad Orvieto, lamentando che non tutti i gruppi abbiano ancora una loro rappresentanza in segreteria; non ci si stupisce allora, che a tutti i livelli, gli aderenti alla “corrente/non corrente” siano impegnati a ritargliarsi spazi e posti all’interno di questa “gestione plurale”, piuttosto che ad organizzarsi in minoranza combattente ed alternativa all’attuale governo del partito.
Per questo credo che non ci siano speranze per un rinnovamento dall’interno del PD; perché una cultura politica tutta intrisa di proporzionalismo, non può che creare correnti (comunque si chiamino), con strascico di polemiche e falsi appelli all’unità, piuttosto che maggioranze e minoranze che si confrontano in modo trasparente.
Le correnti rivendicano posti, le minoranze si attrezzano (se ne sono capaci) per diventare maggioranze e prendere il potere all’interno del partito. Che è un po’ la differenza che corre fra uccidere il padre e sederglisi accanto su uno strapuntino



gennaio 30, 2010, 5:48 pm
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La partecipazione ai tempi del PD

Manuela 30 gennaio 2010

Ho ricevuto un invito dal locale circolo del PD, così concepito:

ASSEMBLEA DI CIRCOLO
Domenica 31 gennaio alle ore 10
nella sede del Circolo di….

con il seguente ordine del giorno:

– Elezione della Presidenza dell’assemblea (su proposta del Segretario del Circolo)
– Presentazione delle decisioni assunte dalla Direzione Provinciale
– Apertura del dibattio
-i Approvazione del verbale

Cordiali saluti, ecc. (seguono inviti calorosi alla partecipazione e al rinnovo della tessera del PD).

MI/Vi chiedo:
quale persona sana di mente può pensare di alzarsi la domenica mattina prima delle 10, ed uscire di casa nelle temperature polari di questi giorni, per ascoltare un tale che PRESENTA decisioni assunte altrove, senza poter minimamente influire su tali decisioni, qualsiasi cosa possa dire e fare?
E approvare un VERBALE?!?
Notate bene, non si richiede di approvare – almeno per la forma, santiddio – le decisioni già assunte. No, si approva il verbale della riunione… cosa cui tutti teniamo davvero molto!

In testa all’invito, un riquadro avverte che si tratta del “Procedimento di selezione regolata per la formazione della lista provinciale del PD per l’elezione dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna”

Ma se “Selezione regolata” significa che loro decidono e io prendo atto delle loro decisioni, e che io non ho minimamente modo di influenzare queste decisioni, e che il mio intervento, se ci fosse, in questa assemblea, finirebbe dove sono finiti tutti gli altri, nel vento… non potrebbero semplicemente scrivermi una mail, risparmiandomi la fatica di uscire di casa?

Se questa è l’idea di “PARTECIPAZIONE” che va nel PD e di questo si parlava, quando si invocava un “partito radicato sul territorio”, non mi stupisce he la desertificazione (di iscritti e di voti) avanzi.

Non so voi, ma io, domattina, ho un lungo elenco di cose più interessanti da fare.



novembre 25, 2009, 6:25 pm
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Risuonare di passi sinistri sul selciato

Manuela 25 novembre 2009

Leggendo, stamattina, questa notizia nascosta in fondo alla HP di Repubblica online, mi sono spaventata. Mi sono accorta di provare, veramente, paura.
Quando ho letto le notizie che ho riportato nel post qui sotto, ho fatto riflessioni amare e preoccupate… “preoccupata” è proprio la parola giusta. Ma sarà stato per la mattina troppo grigia, o per l’ora troppo precoce, o più facilmente perché questa volta, fra le vittime potrei esserci io; non i soliti extracomunitari, zingari o prostitute, ma proprio io, con tutta la mia storia di sinistra e di femminismo, e di battaglie laiche e libertarie, che ho sentito la pelle accapponarsi e la mattina farsi, se possibile, ancora più grigia.

Ieri sera il Consiglio Comunale di Ravenna ha approvato a maggioranza un ordine del giorno sull'”Esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e libertà religiosa“, presentato dai capigruppo del PD e di Lista per Ravenna (lista locale di ispirazione UDC). Hanno votato a favore Lista per Ravenna, Forza Italia, An, PD (tranne 3 consiglieri che si sono astenuti), contro PRI, Movimento per la Sinistrà, Sinistra democratica, Comunisti italiani. E’ un ordine nel giorno che non obbliga ad esporre il crocifisso, non ancora. Ma recita: “l’immagine del crocifisso è generalmente sentita come segno che va oltre i riferimenti della religione cristiana e che si erge a rappresentare i valori fondamentali della nostra comunità nazionale, perfettamente compresi nel dettato costituzionale”. Se la logica ha un senso, allora i valori fondamentali della comunità nazionale sono rappresentati da un simbolo religioso; ergo, chi non si riconosce in quel simbolo non si riconosce nei valori della comunità nazionale; ergo, si colloca fuori dalla comunità nazionale.

Cosa ha fatto di male il sindaco di Chiusa Sclafani, se non portare a compimento il ragionamento che sta dietro queste prese di posizione, promosse anche da un partito di sinistra – ops, centrosinistra – come il PD?
L’ordinanza del sindaco di Chiusa Sclafani segna un passo ulteriore rispetto a quelle dei sindaci leghisti: non proibisce, non invita, obbliga. Chi non si adegua può essere punito. Ancora solo un atto di apparente, innocua, burocrazia: con conseguenti irruzioni dei vigili nei luoghi pubblici per verificarne l’adempimento. Quanto manca perche le irruzioni tracimino dalle case degli extracomunitari per verificarne la regolarità, a casa mia, per verificarne l’ottemperanza ai dettati della religione cattolica? Ecco, il rumore sinistro dei passi dei vigili, stamattina, mi ha spaventato.

Come è possibile che un partito di sinistra – ops, centrosinistra – non si accorga della deriva che sta imboccando, con questi apparentemente innocui ordini del giorno, votati più che altro per preservare gli equilibri interni; non si accorga che dietro, subito dietro, e nemmeno più tanto nascosta, traspare l’ombra della distruzione delle libertà individuali sulle quali sono costruite le democrazie? Troppo facile evocare l’Inquisizione, qui le cose si stanno mettendo molto peggio, e l’ombra è quella di una società integralista e autoritaria: fascista, insomma, ecco l’ho detto!



settembre 28, 2009, 4:03 pm
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Feudatari

Alla fine di questa prima tornata congressuale, giocata tutta all’interno del partito, mi sembra ora di mettere un po’ d’ordine sulle impressioni che ne ho avuto, dopo molto tempo che non lo percorrevo con la costanza di queste settimane.
Diamo per scontate le premesse: che il partito non è tutto uguale, che in fondo è un caleidoscopio, e restituisce immagini diverse a seconda di come lo si scuote, se si sia in città o in campagna, che si parli in tanti o in pochi, che la situazione sia più o meno formale, e così via. Adesso parlo di quello che ho visto, nelle campagne fra la città e il mare.

principesalinaLa prima impressione, ovvia, è che si tratta di un partito vecchio: gli iscritti raccolti attorno ai circoli sono per lo più ultrasessantenni, con qualche spruzzata di quarantenni e qualche ragazzo della “giovanile”. E’ un partito che dice di Bonaccini “è un ragazzo di 40 anni”, per capirci.
Non c’è da stupirsi se aderiscono alle suggestioni di Bersani, e non solo per automatica adesione al dirigente più riconoscibile e conosciuto, in questa terra di comunisti solo qualche volta ex. Ma proprio per la verità tanto bene svelata dall’ultraottantenne di Cervia, il quale continuava a complimentarsi con “è senatòr” perché diceva proprio quel che voleva sentire, e parlava di un partito “com cu’j era una vòlta”, dove si fanno e si dicono le cose che si facevano e dicevano una volta, così da essere perfettamente adeguato a chi ha un lunghissimo passato e un altrettanto breve futuro. Non so quanto sia adeguato ai rari giovani che spiccano fra la canizie altrui, ma questo non ha molta importanza, perché di solito questi sono cloni dei vecchi dirigenti-padrini, che li allevano a propria immagine e somiglianza. Sono giovani di età, ma non servono a nulla, perché tradiscono la funzione fondamentale dei giovani, che è quella di contendere il potere ai vecchi, attraverso un sano conflitto generazionale.
(Parentesi: lo rammento anche ai giovani della mozione Marino, che sono tanti, di coltivare il conflitto, che è figlio della creatività e culla dell’innovazione, perché solo attraverso questo si cresce e si diventa adulti, anche in politica: altrimenti si resta, anche in politica, irrimediabili bamboccioni, come Cuperlo, che ne rappresenta l’archetipo. Chiusa parentesi).
Ma se fosse solo una questione di vecchiezza, non sarebbe poi tanto grave. Ma ho percorso luoghi dove si percepisce qualcosa di più greve che, né lo scontato conservatorismo che segue quasi sempre l’età, né il quaraquaqua dei giovani galletti di batteria, riescono ad esaurire.
Si percepisce, qua e là una specie di cappa che un potere esercitato da troppi anni stende sopra il partito – e forse anche sopra la vita civile.
senatoreromanoEntrando nella sala della riunione, al congresso di un circolo di una sessantina di iscritti, il dirigente locale che ha fatto carriera fino ai vertici della Regione, prima di sedersi gira fra i presenti, stringendo a tutti la mano, chiama qualcuno per nome, e arriva fino a me, che sono imbarazzata da un gesto che mi sembra più di sudditanza che di familiarità: perché quella mano porta alla stretta assomiglia fin troppo ad una mano porta per ricevere omaggi, e il dirigente mi ricorda troppo il Principe di Salina sceso dalla città a visitare il suo feudo.
Altrove, il senatore, sceso anch’esso da Roma al suo circolo di una trentina di iscritti, comizia con voce tonante del tutto sproporzionata ad una nuda saletta, e dimostra con chiari segni di non amare il contraddittorio. I presenti, prima dell’inizio e dopo la fine di un congresso che dimostrano chiaramente di considerare una antipatica formalità, a cui sono costretti da qualche esaltato che pretende di sfidare il vincitore designato, gli si affollano intorno, come clientes degli antichi senatori. Ad alcuni basta esser riconosciuti e chiamati per nome; altri, come il giovane rampante che gli scondinzola attorno, avranno qualcosa da chiedere in cambio della loro fedeltà.
E dietro a tutto questo, in trasparenza si intuisce un intreccio di favori e prebende, nomine e cooptazioni, che lega la politica all’economia, alla sanità, alla pubblica amministrazione, crando un sistema di potere difficile da descrivere quanto da sbrogliare. Un sistema di feudi, feudatari, vassalli, valvassori e valvassini, che esclude tutto ciò che non ne fa parte o che gli si oppone.
E più lontano ancora, traspaiono le notizie sul congresso che arrivano dalla Campania e dalla Calabria; notizie su cui tutti abbiamo messo la sordina – per amor di partito, abbiamo detto, ma non sono certa che questo sia un bene, né che sia giusto.
Faccio e rifaccio tutte le differenze del caso; ma non riesco ad allontanare l’impressione di assistere ad un tumore che silenziosamente aggredisce cellule sane, e ad un corpo che ignora i primi, trascurabili, sintomi: così che, quando te ne accorgi, è troppo tardi.



agosto 17, 2009, 2:49 pm
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La sindrome T.M.

duello

Manuela 17 agosto 2009

In questi giorni di calma apparente – in cui l’unico a parlare sembra esser rimasto Bossi – non resta che assistere alle prime schermaglie congressuali, giocate sui palcoscenici di piccole e medie feste del PD (le cannonate vere aspettano, immagino, le grandi feste di fine agosto).
Così mi è venuto da riflettere sui rischi che stanno correndo i rappresentati della mozione Marino: rischi, li definirei, da “Terza Mozione”.
La T.M. c’è stata spesso nei congressi dei partiti che hanno preceduto il PD, di solito sostenuta da gruppi di intellettuali e di anime belle più o meno critici verso il partito, ma non abbastanza da uscirne. Normalmente a uno o due esponenti della T.M. veniva dato un ruolo di prestigio, ma innocuo, negli organi dirigenti, e tutto finiva lì, fino al congresso successivo.
A sentire in questo scorcio d’estate i rappresentanti della mozione Marino (non lui in persona, in verità, che nelle sue dichiarazioni è stato di solito molto più duro e netto, e deciso a lottare seriamente per la vittoria), si resipra un’aria da T.M.
In primo luogo la loro più evidente preoccupazione è di essere considerati parte integrante del PD, perché chi ascolta non sia sfiorato dal sospetto che questa mozione abbia lo scopo di mettere in discussione l’ordine supremo del partito (anzi, Partito).
La seconda è di non avanzare critiche urticanti né alle politiche del PD né alla sua classe dirigente: così la mozione Marino appare un po’ più moderna, un po’ più giovane, e magari un po’ più scanzonata delle altre due, ma si inserisce nel solco della “tradizione” democratica (un partito di due anni non dovrebbe avere grandi tradizioni, in effetti…). I suoi rappresentanti sono giovani, e di questa età quasi si scusano. E già mi pare di vedere il vecchio militante che ascolta compiaciuto queste “giovani promesse” pensando fra sé che “sì, sono proprio bravi, e si faranno strada”: ma intanto al congresso voteranno per i nomi noti, che danno più sicrezza. Come è sempre accaduto.
Io credo che i giovani rappresentati della mozione Marino, se non si vogliono accontentare di una T.M., dovrebbero avere il coraggio di dire che questa mozione è portatrice di una cultura politica totalmente differente da quella affermatasi nel PD, oltre che di indicazioni più chiare e decise sui contenuti; dovrebbero avere l’orgoglio di definirsi giovani, non per un dato di età, ma per non essere responsabili degli erorri del passato; dovrebbero indicare questi errori e chiamare per nome e cognome quelli che li hanno commessi. Anche se questi siedono sul palco accanto a loro, gonfi della loro “esperienza” di vecchie volpi della politica.
Dovrebbero, penso, richiamare i militanti (quelli che hanno sempre mugugnato fra sé “tutto sbagliato, tutto da rifare”) alla responsabilità personale di farsi carico di un vero cambiamento, che stavolta appare possibile. Dovrebbero, penso, smetterla di condividere il finto entusiasmo che coglie chi sale su un palco, per le magnifiche sorti e progressive del PD, e dire con chiarezza che il PD arriva al congresso, dopo una serie impressionante di sconfitte, in stato di coma, e che solo una cura d’urto può salvarlo: cura che non può essere somministrata da quegli stessi che hanno provocato il male.
Beh, io di T.M. ne ho votate diverse, in passato, e stavolta mi piacerebbe vincere. Bonne chance, ragazzi.



luglio 18, 2009, 3:17 pm
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Seconda lettera, ma forse non l’ultima, al senatore Marino

stanzagiochi

Manuela 18 luglio 2009

Caro senatore Marino,
l’altra sera ero ad ascoltarla, sul mare a Ravenna. Devo dire che mi ha convinto, e non era scontato, date le ripetute e frequenti delusioni del passato. Mi ha convinto la sua tranquillità, il suo parlare un linguaggio piano e diretto, centomilamiglia lontano dal politichese, il suo insistere sul tema della meritocrazia, che, si vede, le sta molto a cuore. Mi ha convinto il suo procedere un po’ impacciato fra gli scogli e le secche dei regolamenti e delle burocrazie politiche, laddove il buon senso non è sufficiente a districarsi; quell’impaccio che ha fatto scuotere la testa a qualche politico navigato nascosto fra il pubblico, che ha bofonchiato che sì, è bravo, ma la politica.. ah la politica non si improvvisa... Un po’ quello che diceva la Rosy a Radio 24 l’altra mattina.

I suoi avversari, che temono di vedersi portar via il giocattolo (e vedono inorriditi la stanza dei giochi riempirsi di chirurghi, grilli, professori, gay, un sacco di gente che non c’entra niente con la politica), oscillano fra due reazioni. C’è chi prova a considerarla incompetente a raggiungere le vette del fine agire politico, quelle che i veri politici hanno raggiunto grazie ad una vita di dedizione (e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, non mi trattengo dal commentare). C’è chi, invece, banalizza la sua candidatura, riducendola ad un gioco delle parti tutto interno al PD: c’è già chi è certo che i suoi voti, al ballottaggio, andranno a Bersani, deducendolo da chissadove, ma insomma, anche lei, professore, è meno naif di quel che sembra, e sta già pensando alla futura carriera…Noi, che siamo stati attratti dalla sua candidatura e che seguiamo su Facebook o sui vari blog il crescere dell’ondata di adesioni al suo progetto – e mi lasci dire, la compagnia sta diventando davvero interessante… – sappiamo che lei non dispone di truppe cammellate, né di voti da elargire a questo o a quel candidato in cambio di favori (quel genere di voti pare li stiano raccogliendo i suoi avversari, soprattutto in zona vesuviana). Solo un giornalista corrotto da anni di dietrologie, o un politico che da anni non apre le finestre del suo salotto, possono pensare che Flores o Odifreddi, – e come loro tanti altri pensanti, io compresa, si parva licet – si facciano dire da chicchessia per chi votare.

Oggi ho letto il discorso di Obama al Naacp, e mi sono quasi commossa; per nostalgia, credo, di una politica visionaria, di larghissimo respiro, e nello stesso tempo talmente semplice da lasciare senza fiato. Obama in fondo non ha detto altro che quello che mi ha detto tante volte mio padre: studia, e sarai migliore di me; impara una parola in più, e sarai più libera; impegnati, e sarai premiata…
Ho presto imparato che si può studiare, e imparare molte parole, ma che i posti vanno ai figli dei primari o ai nipoti degli assessori. Così che nessuno potrebbe oggi fare in Italia il discorso di Obama. Nessun politico, sicuramente, anche se ne fosse all’altezza.
Per questo mi sta a cuore la sua candidatura; perché lei punta sulla meritocrazia e questo significa oggi iniziare a mettere in discussione tutta l’organizzazione della società italiana, e anche del partito. E perché, in fondo, anche lei è un visionario; cosa che mi auguro, le auguro, di rimanere, e di continuare ad immaginare una società dove i posti migliori vanno ai più meritevoli, e in cui i politici si sfidano davanti ai cittadini che li premiano o li puniscono con i loro voti (voti veri, non barattati).
Non dia retta a chi le dice che la politica è un’altra cosa; la politica è proprio questa: una visione, e le azioni per renderla reale.
Continuerò a segurla e, forse, a mandarle lettere.
Con stima crescente. Manuela



luglio 6, 2009, 4:39 pm
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Lettera, accorata, al senatore Marino

volarealto

Manuela 6 luglio 2009

Il senatore Marino ha deciso di candidarsi a segretario del PD, e ha risvegliato l’interesse di chi, come me, assisteva indifferente alla contesa tutta interna e autoreferenziale fra Bersani e Franceschini.
Il senatore ha la biografia giusta e ha fatto, nei soli 3 anni da cui è in Parlamento, le battaglie giuste. Ha anche usato le parole giuste – cultura del merito, laicità, solidarietà, rispetto delle regole, diritti uguali per tutti.
Ma, abituata all’altalena di speranze e delusioni (più queste che quelle) che ha segnato questi ultimi 15 anni (e che si è andata a mano a mano trasformando nella convinzione che il PD è irriformabile, e quindi è inutile accanirsi a tenerlo in vita), prima di aderire con convinzione, avrei alcune cose da chiedere al senatore Marino.

La prima, la più importante, è di non essere realista. O, per meglio dire, di rifiutare quella forma di “realismo” che è accettazione dell’esistente, rassegnazione, furbizia; che è accettazione del “noi italiani siamo fatti così”, che è poi un’altra versione del “tengo famiglia”.
Non ascoltare i suggerimenti di chi ti dirà (e qui passo alla seconda persona, e al “tu”) che, se corri troppo in fretta, la base non ti seguirà – e lo dico facendo parte di quella “base” che non è più tale perché si è stancata di voltarsi indietro ad aspettare i dirigenti, sempre cronicamente in ritardo.
Non ascoltare chi ti dirà che l’Italia è fatta così, irrimediabilmente proporzionalista, e che il voto cattolico lo si conquista accordandosi con Casini.
Ecco, mi piacerebbe anche che tu fossi così poco realista da rifiutare, nel caso (probabile, ahimè) di sconfitta, accordi per la “gestione condivisa” del partito, e restassi invece a lavorare per acquisire i consensi necessari – fra gli elettori, non fra i notabili – per costruire negli anni una maggioranza capace di vincere il prossimo congresso (e le prossime elezioni).
Per favore, non ascoltare chi ti dice che le candidature “contro” sono un male: chissenefrega se la tua candidatura è pro o contro, l’importante è che sia radicalmente alternativa ad una classe dirigente screditata, che non ha più niente da dire al paese, che è incapace di guardare avanti e quindi sta sempre nostalgicamente rivolta all’indietro.
Per favore, per favore non dire che vuoi “un partito radicato nel territorio”. Abbiamo bisogno di un partito radicato nelle intelligenze e nelle coscienze delle persone, non abbiamo bisogno di sedi, ma di individui portatori di una nuova cultura politica: la cultura del merito, appunto, della laicità, della solidarietà, di tutte quelle cose importanti che hai citato.
E abbiamo bisogno di un leader che voglia prima di tutto trasformare l’Italia, che sappia vedere lontano, l’Italia del futuro, e sappia raccontarla; e che sia, per questo, senza alcun dubbio, in caso di vittoria al congresso, il nostro prossimo candidato premier. Senza altri patteggiamenti. Anche per questo dovrà saper conquistare elettori, non militanti.
Vorrei finire con una vecchia esortazione, di cui, per molto tempo, ho sentito la mancanza: soprattutto, volare alto. Non ho dubbi che tu l’abbia sempre fatto, la tua biografia lo conferma. Non lasciare, per favore, che le sirene del realismo politico ti tirino giù, e ti inducano a piccole strategie per un piccolo tornaconto immediato, annebbiando una grande idea di futuro.

E, detto tutto questo, se tu non arrivassi a poterti presentare alle primarie perché non hai sufficienti consensi di iscritti, questa avventura non comincerebbe nemmeno, e noi non sapremmo mai come sarebbe andata a finire.
Così mi sento quasi obbligata ad iscrivermi al PD: preferisco rischiare un’altra delusione, che portare un frammento di tale responsabilità.