Viagiordanobruno17


aprile 11, 2010, 4:37 pm
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Fatica.

Enzo, 11 aprile 2010

E’ vero che facciamo sempre più fatica a scrivere in questo blog come in altri che frequentiamo. Non si tratta di pigrizia, né di attenzione verso il nostro “privato” piuttosto che a ciò che ci accade intorno.

E’ una questione di impotenza (ne abbiamo parlato altre volte) e di “clima” sociale, politico, culturale che avvolge il paese. Non serve ricordare per l’ennesima volta le nefandezze politiche del centro destra, né quegli episodi di razzismo e intolleranza che si sono verificati all’interno delle istituzioni (si pensi per esempio alla ritorsione verso i bimbi i cui genitori non sono in regola con la retta). Non serve anche perché sembra che ormai nulla riesca a scuotere l’opinione pubblica (ma esiste ancora?), come non serve cercare spazi in cui poter esercitare la propria passione civile per il bene della comunità. Non esistono (ma sono esistiti?) e se esistono sono di fatto chiusi. Non serve perché i responsabili di errori politici e delle realative sconfitte sono sempre al loro posto: inossidabili, pervicacemente aggrappati alla loro posizione.

Sono tre elezioni che il Pd perde, eppure si prospetta per il 2013 la leadership di Bersani e del gruppo dirigente che lo sostiene. Mentre il paese e, quindi, anche il PD sono avvolti in questo clima, il mondo si muove velocemente verso il futuro. Leggevo della nuova creatura della Apple (l’Ipad), di come accelererà ulteriormente la rivoluzione tecnologica che porterà alla modificazione del mondo del lavoro, delle relazioni, delle comunicazioni: appunto il futuro che è già oggi.

E in Italia? Non c’è risposta. La nebbia ci avvolge. Quello che appare chiaro è che siamo risucchiati da una regressione. Ed è rispetto a questa regressione che facciamo sempre più fatica ad esprimerci, a scrivere i nostri pensieri. Si sono esaurite le parole che raccontano sempre gli stessi allarmi, le stesse denunce, le stesse proposte inascoltate.

Continuiamo ad essere schierati, non siamo indifferenti, crediamo in valori che riteniamo di sinistra, vorremmo vivere in un paese di cittadini e non di sudditi, più giusto, aperto e tollerante, che vede nel riconoscimento dell’altro e della differenza la forza di una società. Eppure tutto questo è mortificato, non ha spazio di espressione, non riesce a trovare un punto di aggregazione forte e riconoscibile. Il paese, anche per questo , declina, si incarognisce, è impaurito. I gruppi dirigenti del PD e del c.s. hanno la grande responsabilità di non volersi connettere con questo “sentire di tanti cittadini”.

Sono, dunque loro i responsabili del non voto, della sfiducia verso la politica che pervade la società italiana. L’antipolitica, il qualunquismo –ammesso e non concesso che questi termini siano utili a rappresentare lo stato d’animo dell’elettorato italiano – sono il frutto della loro incapacità, dei loro errori.

Nel frattempo le nostre parole si sono diradate, l’attenzione si rivolge altrove, verso interessi individuali che possiamo gestire perché fanno parte di uno spazio che abbiamo creato noi.

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aprile 3, 2010, 2:53 pm
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E quindi, moriremo democristiani

Manuela 3 aprile 2010

Un’amica mi fa conoscere, tramite facebook, questo gustoso pezzo tratto dall’Unità. Temo però che l’autrice, che si sente rigettata in un fosco medioevo dalle esternazioni dei neo governatori leghisti Cota e Zaia sulla RU486, sia piuttosto giovane. Io che non lo sono più, credo che per ritrovarne le radici basti tornare indietro appena qualche decennio, agli anni ’50, ’60.
La Lega, sorta sull’onda della – giusta – esigenza di ammodernamento del nord, liberandolo dalle pastoie di burocrazie bizantine, di clientele ed elefantiasi statalistiche, dopo vent’anni (quasi metà dei quali passati al governo), mostra da dove trae la linfa vitale: dalla Democrazia Cristiana del nord, particolarmente veneta, reazionaria e bigotta, che mai definitivamente sconfitta, risorge dalle sue ceneri, solo con un altro colore. Se la DC di allora non era razzista come la Lega, era perché i neri si vedevano solo nei film americani, almeno quelli permessi dai bollettini parrocchiali che, per tutelare la pubblica morale, depennavano qualsiasi manifestazione di intelligenza. Da qui nasce la subcultura leghista, da questa provincia asfittica e bigotta, omofoba e misogina, che tollera il delitto, ma non lo scandalo.
Dalla DC la Lega ha ereditato l’abilità di gestione del potere, occupando con determinazione lo Stato in ogni suo snodo, e – in barba ai suoi slogan, buoni solo per vincere le elezioni – guardandosi bene dal riformarlo rendendolo più snello ed efficiente: al contrario, trovandosi benissimo nelle sue ridondanze e moltiplicazione di enti e di posti, che a loro volta moltiplicano poltrone e potere. Un potere maschio e bianco, naturalmente. E’ così che si diventa padroni in casa nostra, nel senso metaforico di un potere agito contro ogni diverso che osi occupare un pezzo di territorio, e in senso letterale, dentro una casa nella quale le donne sanno stare al loro posto. Divise fra quelle per bene – mogli, madri, figlie, sorelle – e le puttane – tutte le altre. Che del resto una funzione ce l’hanno nel mondo di chiceladuro, basta che non si facciano vedere, come ammoniscono i cartelli in alcune di queste contrade leghiste.
La Lega non ha nessun bisogno che la chiesa le dia indicazioni, perché le conoscono già, ce le hanno nel DNA di antichi democristiani: le hanno assorbite nella penombra delle sacrestie, nelle sale da biliardo frequentate da soli uomini, nelle botteghe di barbiere. Le hanno conservate nella provincia che parla solo il dialetto, dietro persiane chiuse, dentro i salotti buoni e le cucine smaglianti nella quale ci stanno rigettando.
In fondo il medioevo, che non abbiamo mai consociuto, fa balenare lampi di grandezza anche nelle manifestazioni deteriori… troppa grazie per questa DC verdognola. Non saranno i roghi la nostra punizione: saranno chiacchiere di sagrestia, sguardi di disapprovazione, frasi gridate dai tavolini dei bar, o sussurrate a mezza bocca, cartelli ammonitori. Finte associazioni di volontariato negli ospedali e feste ubriache, con annesse elezioni di miss padania.
Niente di nuovo, sarà come ritrovarsi in un film di Pietro Germi. Avete mai visto “Signore e signori”? Beh, è ora di colmare la lacuna…

P.S. Dalle mie parti la Lega ha raggiunto quasi il13% dei voti al grido di “meno moschee e più cappelletti”. Va da sé che agli uomini toccherà difenderci dagli infedeli e alle donne fare i cappelletti. E che slogan gli si potrebbe opporre, del resto? A me à venuto in mente “più libertà e meno calorie”… ma credete che avrei seguito?



aprile 1, 2010, 5:06 pm
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Non capisco.


Enzo, 1 aprile 2010

Proprio non capisco. Il PD fa un congresso alcuni mesi fa: si sottolinea il carattere popolare del partito, la grande partecipazione, e con larga maggioranza si elegge un segretario e si premia la sua linea politica e la sua idea di partito. E ora, dopo una sconfitta (annunciata), ci si straccia le vesti. Quelli che avevano combattuto la mozione Bersani –ma anche alcuni dei suoi sostenitori- chiedono un “cambio di passo”.

Anche persone –i giovani- come Scalfarotto,Civati e Alicata, indicano la necessità di un cambio di passo, e temi, terreni, forme di partecipazione politica che dovrebbero ridare lo slancio a questo “cambio di passo”. A me, francamente, queste tesi -sostenute ampiamente dai commentatori dei rispettivi blog – sembrano pronunciate da persone che vengono da un altro pianeta. Il partito uscito dal congresso è quello del radicamento territoriale: circoli nei territori, nei luoghi di studio e di lavoro. E’ quello delle larghe alleanze, dell’incontro delle culture riformiste. E’ quello della struttura piramidale anche se federale a parole.

In buona sostanza, è l’esatto contrario del Partito Democratico immaginato come cardine della riforma di un sistema politico che, malato irremibiabilmente, non riesce più ad essere in sintonia con la realtà. E’ il contrario di un PD capace di ripensare il futuro del paese dentro alla modernità, e di immaginarsi dentro ad un sistema politico non più schiavo delle logiche proporzionaliste e di rappresentanza che tanti guasti hanno fatto a questo paese. Un partito contendibile che sta dentro ad un sistema istituzionale contendibile, sulla base del concetto di responsabilità, e quindi che necessita di cittadini elettori che si aggregano attorno ad un progetto di governo e che esercitano la loro partecipazione civica e non di militanza.

All’interno di una prospettiva come questa – di riforma culturale prima che politica – aveva ed avrebbe senso l’esistenza di un Partito Democratico. Ma così non è stato, il congresso ha ratificato un ritorno al passato, un’operazione di piena restaurazione. Di cosa meravigliarsi quindi, se il politicismo e le tattiche sono il tema del contendere? Perché stupirsi delle dichiarazioni di Bersani. “Quasi goal”! mitica frase di un commentatore radiofonico di un tempo lontano; ecco, Bersani è tornato con il congresso a quel tempo lontano. Ecco perché stupisce che giovani dirigenti pensino di ad un “cambio di passo” solo sulla base della buona volontà che dovrebbe essere esercitata da questi dirigenti. Non si tratta di buona volontà o di errori, ma di una cultura politica del gruppo dirigente e della sua base che l’ha votato. E’ una cultura politica che viene da lontano, ma che non va lontano. E’ una cultura politica che non riesce a connettersi con la realtà.

Sono rimasti solo i ricordi di antichi splendori, ma sulla realtà non riesce minimamente ad incidere; al contrario, è percepita, assieme agli uomini e le donne che la interpretano, come pura conservazione di posizioni di potere (casta) e di equilibri sociali che non esistono più. Il paese, grazie alla destra e ad una sinistra che è rimasta legata a quegli antichi splendori, sta rotolando paurosamente verso orizzonti bui e per questo è quanto mai forte la necessità di un Partito riformista, di governo, progressista. Ma perché questo accada c’è bisogno di quella “discontinuità” che mai è stata realizzata. Discontinuità nella cultura politica, negli uomini e nelle donne.

Sono quindici anni che a sinistra ci sono fondazioni e rifondanzioni, di partiti, di associazioni culturali, ecc., ma nulla è cambiato realmente. Sono sempre i soliti noti che, il giorno dopo le elezioni ci vengono a spiegare che “è necessario…”. Per forza il paese è sfiduciato nei confronti di questa politica, e una collettività sfiduciata che non trova uno sbocco, un aggancio nella politica è aperto naturalmente a derive preoccupanti.

Continuare a legittimare questo ceto politico significa aiutare il paese a mantenersi in questa situazione di pericolo.