Viagiordanobruno17


febbraio 8, 2010, 6:06 pm
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Correnti/non correnti e le primarie inutili del PD

Manuela 8 febbraio 2010

L’occasione è la nota che mi manda Luigi Ruggeri, a firma Massimo Marnetto, a margine del convegno della “corrente-non corrente” di Marino ad Orvieto.
Anch’io ho ascoltato in diretta da Orvieto l’introduzione di Marino. Come al solito, l’ho trovata intelligente, credibile, di ampio respiro. Marino è proprio l’uomo che ci vorrebbe, per cambiare il PD e l’Italia, mi viene spontaneo pensare ogni volta che lo sento parlare. La stessa cosa che ho pensato leggendo, con crescente coinvolgimento, la sua mozione.
Poi però, si tratta di decidere cosa fare. E fin dal tempo delle primarie, ci si avvita nella discussione “corrente/non- corrente”, piuttosto che “area”, o “associazione” o non so cos’altro ancora, per “portare avanti i nostri temi nel partito” (parole testuali che ho sentito ripetere migliaia di volte dai marinisti ad ogni livello).
Il fatto è che Marino mostra, nei contenuti, proprio quella cultura liberal/democratica che molti come me ritengono necessarissima al nostro paese. Marino è anche un sostenitore delle primarie. Come molti di noi, entusiasti delle primarie fin dalla prima ora (ti ricordi Marnetto?).
Pur pensando che le primarie fossero connaturate ad un sistema elettorale maggioritario (sistema che, invece che perfezionato, è stato prontamente affossato), ci siamo adattati ad utilizzarle per la scelta del segretario del partito.
Ok, ma questo tipo di elezione diretta, per chiamarla col suo nome, dovrebbe comunque comportare alcune conseguenze, di tipo, per dir così, “maggioritario”. La prima è che chi vince dovrebbe avere l’onere di governare, con tutto ciò che ne consegue: dal mettere nei posti chiave persone di propria fiducia, al rendere conto della propria gestione. Secondo quel concetto di accountability, che Scalfarotto mi ha fatto capire tanto bene. Di conseguenza, chi perde dovrebbe essere capace di comportarsi da minoranza, cercando di organizzarsi per conquistare i consensi che le serviranno, al termine del mandato, per tentare di diventare maggioranza.
Nel PD le primarie, invece, non servono per eleggere una maggioranza governante e una minoranza che si candida ad essere alternativa: servono per contarsi, e pesare la consistenza dei gruppi che sostengono i vari candidati, in una logica del tutto proporzionalistica. Così che il partito non verrà governato da chi ha vinto, ma da organismi proporzionalmente costruiti in base alle percentuali ricevute da ciascuna… e come chiamarla allora, se non “corrente”? E’ quell’esiziale concetto di “gestione plurale”, che rendendo indistinguibili le responsabilità, impedisce poi di sanzionarle, se e quando è il caso.
Proporzionalismo che speravo fosse estraneo alla cultura politica di Marino, che per altri aspetti è “anglosassone”. E che invece Marino rivendica, anche ad Orvieto, lamentando che non tutti i gruppi abbiano ancora una loro rappresentanza in segreteria; non ci si stupisce allora, che a tutti i livelli, gli aderenti alla “corrente/non corrente” siano impegnati a ritargliarsi spazi e posti all’interno di questa “gestione plurale”, piuttosto che ad organizzarsi in minoranza combattente ed alternativa all’attuale governo del partito.
Per questo credo che non ci siano speranze per un rinnovamento dall’interno del PD; perché una cultura politica tutta intrisa di proporzionalismo, non può che creare correnti (comunque si chiamino), con strascico di polemiche e falsi appelli all’unità, piuttosto che maggioranze e minoranze che si confrontano in modo trasparente.
Le correnti rivendicano posti, le minoranze si attrezzano (se ne sono capaci) per diventare maggioranze e prendere il potere all’interno del partito. Che è un po’ la differenza che corre fra uccidere il padre e sederglisi accanto su uno strapuntino

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agosto 17, 2009, 2:49 pm
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La sindrome T.M.

duello

Manuela 17 agosto 2009

In questi giorni di calma apparente – in cui l’unico a parlare sembra esser rimasto Bossi – non resta che assistere alle prime schermaglie congressuali, giocate sui palcoscenici di piccole e medie feste del PD (le cannonate vere aspettano, immagino, le grandi feste di fine agosto).
Così mi è venuto da riflettere sui rischi che stanno correndo i rappresentati della mozione Marino: rischi, li definirei, da “Terza Mozione”.
La T.M. c’è stata spesso nei congressi dei partiti che hanno preceduto il PD, di solito sostenuta da gruppi di intellettuali e di anime belle più o meno critici verso il partito, ma non abbastanza da uscirne. Normalmente a uno o due esponenti della T.M. veniva dato un ruolo di prestigio, ma innocuo, negli organi dirigenti, e tutto finiva lì, fino al congresso successivo.
A sentire in questo scorcio d’estate i rappresentanti della mozione Marino (non lui in persona, in verità, che nelle sue dichiarazioni è stato di solito molto più duro e netto, e deciso a lottare seriamente per la vittoria), si resipra un’aria da T.M.
In primo luogo la loro più evidente preoccupazione è di essere considerati parte integrante del PD, perché chi ascolta non sia sfiorato dal sospetto che questa mozione abbia lo scopo di mettere in discussione l’ordine supremo del partito (anzi, Partito).
La seconda è di non avanzare critiche urticanti né alle politiche del PD né alla sua classe dirigente: così la mozione Marino appare un po’ più moderna, un po’ più giovane, e magari un po’ più scanzonata delle altre due, ma si inserisce nel solco della “tradizione” democratica (un partito di due anni non dovrebbe avere grandi tradizioni, in effetti…). I suoi rappresentanti sono giovani, e di questa età quasi si scusano. E già mi pare di vedere il vecchio militante che ascolta compiaciuto queste “giovani promesse” pensando fra sé che “sì, sono proprio bravi, e si faranno strada”: ma intanto al congresso voteranno per i nomi noti, che danno più sicrezza. Come è sempre accaduto.
Io credo che i giovani rappresentati della mozione Marino, se non si vogliono accontentare di una T.M., dovrebbero avere il coraggio di dire che questa mozione è portatrice di una cultura politica totalmente differente da quella affermatasi nel PD, oltre che di indicazioni più chiare e decise sui contenuti; dovrebbero avere l’orgoglio di definirsi giovani, non per un dato di età, ma per non essere responsabili degli erorri del passato; dovrebbero indicare questi errori e chiamare per nome e cognome quelli che li hanno commessi. Anche se questi siedono sul palco accanto a loro, gonfi della loro “esperienza” di vecchie volpi della politica.
Dovrebbero, penso, richiamare i militanti (quelli che hanno sempre mugugnato fra sé “tutto sbagliato, tutto da rifare”) alla responsabilità personale di farsi carico di un vero cambiamento, che stavolta appare possibile. Dovrebbero, penso, smetterla di condividere il finto entusiasmo che coglie chi sale su un palco, per le magnifiche sorti e progressive del PD, e dire con chiarezza che il PD arriva al congresso, dopo una serie impressionante di sconfitte, in stato di coma, e che solo una cura d’urto può salvarlo: cura che non può essere somministrata da quegli stessi che hanno provocato il male.
Beh, io di T.M. ne ho votate diverse, in passato, e stavolta mi piacerebbe vincere. Bonne chance, ragazzi.



luglio 28, 2009, 8:34 pm
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Da Facebook: 5 domande per Ezio Mauro

domande

Manuela 28 luglio 2009

103: questo è il numero di articoli che repubblica.it ha dedicato al senatore Ignazio Marino da quando è un personaggio pubblico (888 se si cerca in tutte le testate del gruppo). Ma, quando Marino compie il suo più importante atto politico, presentando il programma da candidato segretario del PD, repubblica.it lo ignora completamente.

Che fine ha fatto il diritto all’informazione? Perché questa grave omissione visto che che quella candidatura
raccoglie e organizza una larga parte di simpatizzanti del Partito Democratico provenienti dalla c.d societá civile, delle cui idee spesso Repubblica si è fatta portavoce in passato?

Come Repubblica ha chiesto conto al Premier del suo comportamento personale, chiediamo anche noi conto di una scelta editoriale che potrebbe nascondere qualcosa di poco pulito.
Chiediamo che il direttore di Repubblica risponda a queste 5 semplici domande.

1. Signor Direttore, il 23 luglio è stata presentata la mozione del Senatore Marino per la candidatura alla segreteria del Partito Democratico e Repubblica ha sostanzialmente ignorato l’evento. Perchè?
2. Dopo aver sostenuto, in passato, la legittimitá di molte battaglie del senatore Marino e di punti programmatici ora presenti nella mozione in questione, ignorate la battaglia di tanti vostri lettori. È questa una posizione politica chiara presa dal vostro giornale?
3. Ritenete utile ai fini del futuro dell’Italia e del Partito
Democratico, la polarizzazione dello scontro personalistico tra Franceschini e Bersani ed ignorare una politica programmatica di medio periodo come quella del senatore Marino?
4. Ritenete che un giornale attento e approfondito come Repubblica debba interessarsi e riportare i contenuti della mozione Marino raccontandola, dal suo punto di vista, agli elettori?
5. Repubblica e repubblica.it, ignoreranno anche in futuro i contenuti delle posizioni del senatore Marino e del gruppo che lo appoggia, dando rilievo a ció che fa gossip (come ha recentemente fatto “Il Foglio”) ?



luglio 26, 2009, 4:31 pm
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… si, comprerei ancora un’automobile da quest’uomo

calunnia

Manuela 25 luglio 2008

Il senatore Marino non aveva ancora finito di illustrare il suo programma, davanti ad una platea, a giudicare da quel che si vedeva su Youdem, giovane, entusiasta ed emozionata, che sono incominciati gli attacchi. Ma non al suo programma, come sarebbe stato logico; nessuno ha detto, a quel che si sa: “Non sono d’accordo con il contratto unico di lavoro, o con una legge elettorale uninominale”. Non hanno nemmeno detto, più brutalmente “Introdurre la civil partnership in Italia è una solenne cazzata”. Tutte cose su cui si sarebbe potuto discutere.
No, l’attacco è arrivato all’italiana, subdolo e strisciante, da una fonte apparentemente lontana dal PD, ma forse non da tutti i suoi esponenti: il Foglio di Ferrara, specializzato in cattivo giornalismo.
Per chi non conosce il merito della questione, rimando alle accuse del Foglio e alle risposte di Marino.
Il fatto è che Ferrara e i suoi mandanti sanno benissimo che attorno a Marino si è raccolto un elettorato che esprime soprattutto bisogno di buona e nuova politica: di un vero riformismo, di innovazione, di modernità, e, udite udite!, di moralità (non moralismo). Ferrara e si suoi mandanti sanno benissimo che attaccare Marino sul piano etico è insinuare il sospetto prima di tutto fra i suoi sostenitori. Al sospetto è difficile sottrarsi, ed è difficile rispondere: la calunnia, come si sa da molto tempo, è un venticello dagli effetti devastanti. Marino ha fatto bene a pubblicare in modo trasparente tutto il carteggio relativo alle accuse del Foglio, ma, è questo che sperano i calunniatori, ormai il sospetto è stato insinuato, e il male è fatto.
Il messaggio che è stato veicolato dal Foglio non ha niente a che vedere col merito della faccenda, in sé risibile, ma piuttosto con l’abbassamento dell’immagine di un uomo che, per la sua storia e le sue battaglie, è più credibile della media dei politici. Ed è questo che i politici, anche coloro che gli offrono adesso la loro solidarietà, non riescono a sopportare. Allora, chi si è presentato come nuovo deve per forza essere uguale ai vecchi; e chi si è presentato come innocente deve avere le stesse colpe di tutti gli altri, essersi comportato come tutti gli altri, deve essere compromesso come qualsiasi altro. Le differenze si annullano, e le speranze di rinnovamento si spengono sul nascere. E’ una straordinaria operazione di diffusione ad arte di qualunquisno, il più bell’esempio di antipolitica che si potesse inventare. Perché l’antipolitica – questa antipolitica, molto più che i vaff di Grillo – è esattamente quello che serve per mantenere al sicuro l’establishment ed inalterata la gestione del potere.
Tranne pochi intellettuali riuniti attorno a Micromega, la classe dirigente italiana – e penso a tutta la classe dirigente, dagli industriali ai professori universitari, dai giornalisti agli intellettuali – non si è schierata al fianco di Marino, nemmeno quella apparentemente più illuminata e democratica. Questo significa che il programma di Marino, che parla, fra l’altro, di merito e di valutazione del merito, fa paura: il sorridente riformismo di Marino è rivoluzionario, perché mette in discussione il sistema paese. E in questo sistema l’establishment ha vissuto e prosperato.



luglio 20, 2009, 3:14 pm
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Parole

vocabolario

Manuela 20 luglio 2009

Sull’edizione online de “Il Foglio”, è pubblicata un’analisi grafica dei discorsi di candidatura di Bersani (1 luglio) e Franceschini (16 luglio) e del manifesto di Marino.
La lettura di quest’analisi è molto semplice ed immediata: più una parola è ripetuta, più appare grande.

E’ di immediata evidenza come le parole più usate da Bersani siano: partito, politica, essere, seguite a ruota da dobbiamo, deve, fare. Il resto a seguire. Una visione a dir poco autoreferenziale, in cui il PARTITO è il centro di ogni pensiero ed azione, e in cui la società, con i suoi cambiamenti e le sue domande, è accessorio marginale . Come fa notare Fabio Meloni con il consueto acume, c’è un uso quasi compulsivo dell’esortativo dobbiamo fare, deve fare. L’uso dell’esortativo è un must dei politici di professione, che lo usano per distogliere da sé – dal loro fare concreto – ogni responsabilità, richiamando un ipotetico soggetto (a chi ci si riferisce con quel noi sottinteso, se sono loro a dirigere?) ad un’ipotetica futura azione.

Quello che mi ha colpito del quadro di Franceschini è invece l’emergere prepotente della parola partito, su uno sfondo di parole quasi indistinte, dove non emergono concetti forti sui quali insistere. L’autoreferenzialità rispetto al partito (o l’ossessione del partito, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Meloni) è ancora più evidente che in Bersani, poiché tutto il resto è sfumato e confuso in una specie di politiglia dove potrebbe convivere tutto e il contrario di tutto (un po’ come nelle liste che sostengono Franceschini, del resto).

Poi Marino parla di persone, del paese, di vita, anche di partito, ma democratico.
Basterebbe questo a definire la differenza fra politici che si sono sempre mossi e continuano a muoversi dentro l’orizzonte del partito, e di una politica asfittica – accordo di vertici, tessitura di apparati – che, avendo rinunciato a grandi orizzonti non riesce a governare nemmeno la quotidianità; e chi ha un’idea del paese e una visione del futuro, ed opera per cercare di realizzarli. Certo, attraverso un partito, che è strumento, non fine: non per il partito, ma per le persone, per il paese, appunto.



luglio 18, 2009, 3:17 pm
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Seconda lettera, ma forse non l’ultima, al senatore Marino

stanzagiochi

Manuela 18 luglio 2009

Caro senatore Marino,
l’altra sera ero ad ascoltarla, sul mare a Ravenna. Devo dire che mi ha convinto, e non era scontato, date le ripetute e frequenti delusioni del passato. Mi ha convinto la sua tranquillità, il suo parlare un linguaggio piano e diretto, centomilamiglia lontano dal politichese, il suo insistere sul tema della meritocrazia, che, si vede, le sta molto a cuore. Mi ha convinto il suo procedere un po’ impacciato fra gli scogli e le secche dei regolamenti e delle burocrazie politiche, laddove il buon senso non è sufficiente a districarsi; quell’impaccio che ha fatto scuotere la testa a qualche politico navigato nascosto fra il pubblico, che ha bofonchiato che sì, è bravo, ma la politica.. ah la politica non si improvvisa... Un po’ quello che diceva la Rosy a Radio 24 l’altra mattina.

I suoi avversari, che temono di vedersi portar via il giocattolo (e vedono inorriditi la stanza dei giochi riempirsi di chirurghi, grilli, professori, gay, un sacco di gente che non c’entra niente con la politica), oscillano fra due reazioni. C’è chi prova a considerarla incompetente a raggiungere le vette del fine agire politico, quelle che i veri politici hanno raggiunto grazie ad una vita di dedizione (e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, non mi trattengo dal commentare). C’è chi, invece, banalizza la sua candidatura, riducendola ad un gioco delle parti tutto interno al PD: c’è già chi è certo che i suoi voti, al ballottaggio, andranno a Bersani, deducendolo da chissadove, ma insomma, anche lei, professore, è meno naif di quel che sembra, e sta già pensando alla futura carriera…Noi, che siamo stati attratti dalla sua candidatura e che seguiamo su Facebook o sui vari blog il crescere dell’ondata di adesioni al suo progetto – e mi lasci dire, la compagnia sta diventando davvero interessante… – sappiamo che lei non dispone di truppe cammellate, né di voti da elargire a questo o a quel candidato in cambio di favori (quel genere di voti pare li stiano raccogliendo i suoi avversari, soprattutto in zona vesuviana). Solo un giornalista corrotto da anni di dietrologie, o un politico che da anni non apre le finestre del suo salotto, possono pensare che Flores o Odifreddi, – e come loro tanti altri pensanti, io compresa, si parva licet – si facciano dire da chicchessia per chi votare.

Oggi ho letto il discorso di Obama al Naacp, e mi sono quasi commossa; per nostalgia, credo, di una politica visionaria, di larghissimo respiro, e nello stesso tempo talmente semplice da lasciare senza fiato. Obama in fondo non ha detto altro che quello che mi ha detto tante volte mio padre: studia, e sarai migliore di me; impara una parola in più, e sarai più libera; impegnati, e sarai premiata…
Ho presto imparato che si può studiare, e imparare molte parole, ma che i posti vanno ai figli dei primari o ai nipoti degli assessori. Così che nessuno potrebbe oggi fare in Italia il discorso di Obama. Nessun politico, sicuramente, anche se ne fosse all’altezza.
Per questo mi sta a cuore la sua candidatura; perché lei punta sulla meritocrazia e questo significa oggi iniziare a mettere in discussione tutta l’organizzazione della società italiana, e anche del partito. E perché, in fondo, anche lei è un visionario; cosa che mi auguro, le auguro, di rimanere, e di continuare ad immaginare una società dove i posti migliori vanno ai più meritevoli, e in cui i politici si sfidano davanti ai cittadini che li premiano o li puniscono con i loro voti (voti veri, non barattati).
Non dia retta a chi le dice che la politica è un’altra cosa; la politica è proprio questa: una visione, e le azioni per renderla reale.
Continuerò a segurla e, forse, a mandarle lettere.
Con stima crescente. Manuela



luglio 6, 2009, 4:39 pm
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Lettera, accorata, al senatore Marino

volarealto

Manuela 6 luglio 2009

Il senatore Marino ha deciso di candidarsi a segretario del PD, e ha risvegliato l’interesse di chi, come me, assisteva indifferente alla contesa tutta interna e autoreferenziale fra Bersani e Franceschini.
Il senatore ha la biografia giusta e ha fatto, nei soli 3 anni da cui è in Parlamento, le battaglie giuste. Ha anche usato le parole giuste – cultura del merito, laicità, solidarietà, rispetto delle regole, diritti uguali per tutti.
Ma, abituata all’altalena di speranze e delusioni (più queste che quelle) che ha segnato questi ultimi 15 anni (e che si è andata a mano a mano trasformando nella convinzione che il PD è irriformabile, e quindi è inutile accanirsi a tenerlo in vita), prima di aderire con convinzione, avrei alcune cose da chiedere al senatore Marino.

La prima, la più importante, è di non essere realista. O, per meglio dire, di rifiutare quella forma di “realismo” che è accettazione dell’esistente, rassegnazione, furbizia; che è accettazione del “noi italiani siamo fatti così”, che è poi un’altra versione del “tengo famiglia”.
Non ascoltare i suggerimenti di chi ti dirà (e qui passo alla seconda persona, e al “tu”) che, se corri troppo in fretta, la base non ti seguirà – e lo dico facendo parte di quella “base” che non è più tale perché si è stancata di voltarsi indietro ad aspettare i dirigenti, sempre cronicamente in ritardo.
Non ascoltare chi ti dirà che l’Italia è fatta così, irrimediabilmente proporzionalista, e che il voto cattolico lo si conquista accordandosi con Casini.
Ecco, mi piacerebbe anche che tu fossi così poco realista da rifiutare, nel caso (probabile, ahimè) di sconfitta, accordi per la “gestione condivisa” del partito, e restassi invece a lavorare per acquisire i consensi necessari – fra gli elettori, non fra i notabili – per costruire negli anni una maggioranza capace di vincere il prossimo congresso (e le prossime elezioni).
Per favore, non ascoltare chi ti dice che le candidature “contro” sono un male: chissenefrega se la tua candidatura è pro o contro, l’importante è che sia radicalmente alternativa ad una classe dirigente screditata, che non ha più niente da dire al paese, che è incapace di guardare avanti e quindi sta sempre nostalgicamente rivolta all’indietro.
Per favore, per favore non dire che vuoi “un partito radicato nel territorio”. Abbiamo bisogno di un partito radicato nelle intelligenze e nelle coscienze delle persone, non abbiamo bisogno di sedi, ma di individui portatori di una nuova cultura politica: la cultura del merito, appunto, della laicità, della solidarietà, di tutte quelle cose importanti che hai citato.
E abbiamo bisogno di un leader che voglia prima di tutto trasformare l’Italia, che sappia vedere lontano, l’Italia del futuro, e sappia raccontarla; e che sia, per questo, senza alcun dubbio, in caso di vittoria al congresso, il nostro prossimo candidato premier. Senza altri patteggiamenti. Anche per questo dovrà saper conquistare elettori, non militanti.
Vorrei finire con una vecchia esortazione, di cui, per molto tempo, ho sentito la mancanza: soprattutto, volare alto. Non ho dubbi che tu l’abbia sempre fatto, la tua biografia lo conferma. Non lasciare, per favore, che le sirene del realismo politico ti tirino giù, e ti inducano a piccole strategie per un piccolo tornaconto immediato, annebbiando una grande idea di futuro.

E, detto tutto questo, se tu non arrivassi a poterti presentare alle primarie perché non hai sufficienti consensi di iscritti, questa avventura non comincerebbe nemmeno, e noi non sapremmo mai come sarebbe andata a finire.
Così mi sento quasi obbligata ad iscrivermi al PD: preferisco rischiare un’altra delusione, che portare un frammento di tale responsabilità.